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lunedì, 12 maggio 2008
Un passaggio in autostrada
li scrosci erano violenti e il ragazzo cercava di ripararsi come poteva sotto la stretta pensilina del casello. Le macchine entravano in autostrada distratte ignorando quell’ombra grigia. Se si fosse piazzato più avanti, sotto i coni di luce della stazione, si sarebbe infradiciato del tutto. Un’auto però si fermò.
«Grazie» fece il ragazzo cercando di sistemare alla bell’e meglio lo zaino sul sedile posteriore. «La ringrazio davvero, devo essere zuppo, mi spiace». Il giovane sfoggiava una divisa ordinata da scout. Le gambe sbucavano dai calzoncini, livide di freddo, e per un po’ si tenne in capo il cappello dalla larga tesa.
«Dove vai?» gli domandò brusco l’uomo con la sigaretta in bocca.
«Verso nord, più va in su, meglio sarà per me».
L’uomo non disse altro. Il telepass alzò diligentemente la sbarra per farlo passare e lui prese il raccordo come se percorresse un binario prefissato. All’imbocco s’infilò nel flusso senza guardare. Un camion frigo che proveniva da tergo, per evitare la collisione, frenò bruscamente sbuffando in un fumo denso e amaro. Il ragazzo si tenne alla portiera e al sedile. Si era fatto pallido.
«Dobbiamo per forza andare così forte?» chiese come se parlasse a se stesso.
L’uomo per tutta risposta calò il finestrino di una spanna. Lanciò nel buio il mozzicone di sigaretta che attraversò come una cometa l’opposta corsia. «Sì, dobbiamo» sentenziò. Poi si spostò sulla corsia di sorpasso e cominciò ad accelerare. 130/140/150. La strada si stava stringendo sotto l’effetto della velocità e le vetture superate parevano risucchiate all’indietro dal vortice d’aria. 160/170/180.
«Mi faccia scendere, la prego» supplicò il ragazzo che aveva gli occhi sbarrati. Ma la macchina aumentò l’andatura infilandosi tra TIR ciondolanti e vetture più lente. «La prego, si fermi, la prego».
L’uomo guardò il ragazzo con uno sguardo opaco che pareva quello di un cieco. Si chinò verso di lui e aprì con calma il vano cruscotto da dove estrasse una Colt Python calibro 357 Magnum. L’inox dell’arma luccicò per un attimo nell’abitacolo.
«Cosa vuol fare? Ma è impazzito?» ebbe appena il tempo di dire il ragazzo mentre la vettura scivolava sui 200 km all’ora.
L’uomo sorrise appena poi si mise la pistola sotto il mento e si sparò.
sabato, 03 maggio 2008
Però funziona
eppur seduti a due tavoli separati, nel bar pieno di gente, si trovavano così vicini da sembrare insieme. Lei leggeva un tascabile con le pagine ripiegate sotto quelle ancora da leggere. Teneva il libro appena sopra una tazza di tè chiaro dove galleggiava una fetta di limone.
«Insomma!!!» sbottò lei all’improvviso posando con una certa forza il libro sul tavolino. Il cucchiaino sobbalzò sulla ceramica. «Cos’è che ha da fissarmi?»
«Oh, mi scusi. È che lei… lei…» l’uomo pareva annaspare «…ha diverse parti del suo viso che mi ricordano alcune persone che sono state molto importanti per la mia vita». La donna dai lunghi capelli ramati inclinò appena la testa alzando le sopracciglia finissime. «Sì, voglio dire… ha le labbra della mia prima ragazza da adolescente e di cui ero follemente innamorato; ha gli occhi di mia madre e il naso di una mia carissima amica, che purtroppo non c’è più». La donna cambiò espressione. Prese il cucchiaino dalla tazzina e cominciò a spingere la fettina di limone sotto la superficie del tè. «Mentre le orecchie…» fece lui abbassando il tono della voce e tornando a consultare il menu «…beh le orecchie non si vedono bene… non saprei dire». La donna fece prima un movimento nervoso della testa per liberarsi il viso dai capelli, poi con un gesto sincrono di entrambe le mani spostò i capelli all’indietro mostrando orecchie piccole e aggraziate.
«Uhmm… sì, forse quello di sinistra… ma non ne sono molto sicuro» fece l’uomo dando una fuggevole occhiata.
«Come? Vorrebbe forse dirmi che ho le orecchie diseguali?»
«Certamente no, è solo una questione di luce».
«Quindi secondo lei, avendo il viso che le ricorda più persone, sarei una persona comune?!?».
«Affatto, è proprio il contrario: la cosa che sorprende di più è che una donna sola riesca a ricordarmi tante persone così straordinarie… lei stessa quindi lo deve essere a sua volta.
La signora si azzittì, bevve il suo tè. Intanto il libro si era piano piano richiuso facendo perdere il segno. Posò quindi la tazzina:
«È la tecnica di abbordaggio più strampalata che io abbia mai sentito».
L’uomo sorrise appena, rimettendosi a leggere il menu. «Sì, però ha funzionato».
lunedì, 21 aprile 2008
Le candeline
gni tanto si guardava nella vetrina. Si vedeva goffo in quell’impermeabile sformato. Lo ingrossava alquanto, facendolo sembrare un sacco semipieno della spazzatura. Ma non c’era posto per commiserarsi. Era felice. Felice che sua figlia l’avesse coinvolto nell'organizzazione della festa di compleanno. ‘Devo comprare le candeline, le scegliamo insieme?’ gli aveva chiesto quella mattina e lui adesso era lì, davanti al negozio, tutto compreso nel suo ruolo di consigliere, anche se per una manciata di candeline. ‘Abbiano solo candele dispettine…’ aveva avvertito subito il negoziante dall’aria da sacrestano pentito. ‘Sì, quelle che si riaccendono quando ci si soffia sopra…’ Così avevano cercato altrove, in più negozi, come due amici, fino a quando la signora anziana di una cartoleria le aveva tirate fuori da una scatola dal bordo annerito per l’umidità. La figlia aveva l’aria dubbiosa, ma lui aveva rotto ogni indugio, forte del suo ruolo: «Sono quelle classiche, quelle di una volta… vai sul sicuro».
La ragazza guardò il padre con aria interrogativa, ma poi con piglio deciso ne prese diciotto.
«Diciotto, eh?» fece lui tirando fuori i soldi. «Compiuti i diciotto anni, si finisce in seguito per comprarne solo una…» Lui guardò la negoziante cercando complicità, ma la battuta cadde nel vuoto. La signora anziana increspò appena le labbra mentre finiva il pacchetto e la figlia, rimasta seria, si guardava attorno per vedere se c’era qualcos’altro che potesse interessarla. L’uomo si sentì perso: «Sì, insomma, hai fatto proprio bene…» ripeté alla figlia: «sono quelle classiche, come quelle di una volta».
«L’hai già detto, papà!» disse lei con aria di finto rimprovero.
«Perché che ho detto?»
Usciti dalla cartoleria li investì il profumo della vicina panetteria che doveva aver appena sfornato delle crostate. Lo stridio delle rondini si fece per un attimo più acuto e lei sorrise in modo liberatorio.
«Sei contenta?» fece lui specchiandosi nei suoi occhi.
«Sì, lo sono». Lei gli prese la mano leggendogli sul viso ancora quell’imbarazzo di poco prima. «Sono candeline che faranno la loro figura» disse lei senza un filo di ironia. «Sono proprio quelle classiche, che vanno bene su qualsiasi torta. Sono come quelle di una volta, insomma».
«Ah sì!» fece lui, intrecciando le dita di lei con le sue. «L’avevi notato anche tu, vero?»
giovedì, 17 aprile 2008
L’aveva aspettata a lungo. Aveva lasciato che il cuore si liberasse dagli affanni, sgombrando la mente dai sogni opprimenti. Pioveva, il cielo pioveva. Lavava i marciapiedi, gli sguardi distratti dei turisti che attraversavano di fretta. Aveva aspettato quella donna in modo ineluttabile, come si aspetta che sbocci una gemma per rendere vivo il ramo indurito dal freddo; l’aveva attesa tra una goccia e l’altra, senza poterle contare, quelle gocce, meravigliato dell’immensità del tempo che si sposta nell’anima trascinando via ogni cosa. Non c’era sedia o letto che potesse contenere quell’attesa. Si era accorto che anche le proprie mani erano piccole e anche le braccia e il cielo attorno. Lo sguardo giù dalla sponda lisciava a raso le onde grigie, una dopo l’altra, senza poterle contare, quelle onde, stupito dalla vastità della propria tristezza che spostava i monti e riempiva le valli. E ora che lui era lì, dentro di lei che si avvinghiava attorno a quell’amore finalmente possibile, lui di colpo aveva capito che non l’amava più. Senza un perché, senza una ragione spiegabile, senza una giustificazione cui aggrapparsi. La sua vita era semplicemente migrata altrove, senza preavvertire, senza scusarsi, prosciugandolo di emozioni e sentimenti e lasciandolo così come una pietra che respira. Più lei lo guardava con passione, più lui si sentiva perso, più lei lo avvolgeva con il suo amore grato, più lui si sentiva soffocare dentro alla sua l’angoscia montante. Faceva ancora l’amore, lui, ma era già un estraneo persino a se stesso, con nella mente solo la strada del ritorno. E la strada del ritorno nella sua mentre si era fatta lucida. Sembrava davvero fossero piovute lacrime sul selciato ottuso, anziché la pioggia indifferente; sembrava che la gente avesse smesso di parlare o di pensare, mettendosi a piangere al suo passaggio, mentre lui percorreva una via che non l’avrebbe portato mai più da nessuna parte.
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