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domenica, 15 novembre 2009

Il pezzo mancante

’aspirapolvere cominciò a sballottare rumorosamente e di lì a poco il motore si spense in uno sbuffo nerastro. La giovane donna mollò subito ogni cosa sul pavimento e rimase pensosa sul da farsi; poi si mise a fare dell'altro. Lui ci mise un bel po’ per capire cosa la donna delle pulizie avesse combinato, ma quando, smontando l’apparecchio, trovò conficcato nella bocchetta dell’aerazione un piccolo dado luccicante anche lui si fece pensoso. Se lo girò tra le mani, soppesandolo, come per chiedersi da dove fosse sbucato: in quella camera i mobili erano infatti tutti a incastro. Controllò dentro l’armadio, sotto il letto, nello spogliatoio: no, non c’era niente che richiedesse l’utilizzo di quel pezzetto di metallo. Avrebbe voluto buttarlo via, ma pensò che da qualche parte c’era una vite in libertà che avrebbe potuto cadere da un momento all’altro rendendo inservibile chissà quale oggetto importante; e lui non lo poteva consentire, non nella sua casa. Pensando che il dado potesse essere finito in quella camera da qualche altra stanza, ispezionò tutta la casa, controllando gli infissi, i tavoli, le poltrone, i lavelli, la doccia… ma tutto pareva in ordine. Dormì male. Durante la notte sognò dadi enormi che lo rincorrevano lunga una ripida discesa fino a quando, giunto trafelato su una spiaggia, venne aggredito da un orribile mostro bulloniforme uscito dal mare. Si svegliò di soprassalto e capì che la sua vita perfetta e ordinata, si era inceppata. Andò in ufficio di buon ora chiedendo aiuto ai colleghi che per un po’ lo ascoltarono e poi cominciarono a prenderlo in giro. Ritornò a casa di fretta, saltando il pranzo, desideroso di dare inizio a più approfondite ricerche. Trascorsero però molte altre settimane da quel pomeriggio senza che lui ne venisse a capo. Durante il giorno, e ancor più durante la notte, sembrava che l’intera casa scricchiolasse reclamando il dado mancante. Quelle mura e il suo mondo non erano più sicuri e questo lo faceva star male. Smise di andare in ufficio e tutto il tempo disponibile lo impiegò in instancabili controlli ed estenuanti verifiche. Gli telefonò il suo direttore. Lo redarguì aspramente dicendogli che era costretto a licenziarlo per il suo comportamento inqualificabile; che era il caso si curasse seriamente perché era di certo diventato nevrotico. Lui non ascoltava, pensava al suo bullone. Ma prima di riattaccare il direttore gli disse una cosa che lo fece riflettere: disse che il dado gli era caduto dal cervello. Lui ci pensò a questa cosa. Il direttore era una persona esperta di vita e poteva aver ragione. Sì, non c’era altra spiegazione: il dado era probabilmente caduto a lui. Così andò in cucina e con un coltello affilato si fece un taglio profondo al cuoio capelluto. E, finalmente felice, vi conficcò il dado perduto. 
vissuto altrove da briciolanellatte | 22:24 | commenti (18)

domenica, 08 novembre 2009

Il regionale delle 23 e o2

rovava sempre un forte disagio ad aspettare il treno a quell’ora, in quella stazioncina che pareva nata in aperta campagna come un fungo primaverile. I binari sparivano nell’una e nell’altra direzione corrosi dal buio della sera, come se in realtà non arrivassero da nessuna parte e per nessuna parte proseguissero. Strinse a sé il bavero del cappotto a ripararsi dai pensieri molesti e da quel grumo di emozioni confuse che aveva preso il posto del cuore non appena aveva lasciato l’appartamento della madre. Avvertì la presenza di qualcuno alle spalle e si volse. A pochi metri da lei c'era una figura esile, immobile, con uno zainetto floscio a penderle inerme da una spalla. L’altoparlante gracchiò qualcosa e di lì a pochi minuti arrivò in ritardo il regionale. Salì, scorrendo in fretta le carrozze per trovare un sedile che non fosse tanto sporco o colorato di graffiti. E appena si accomodò, accanto al finestrino, le si affiancò una ragazza molto giovane. Riconobbe in lei la persona che aveva visto nell’ombra sotto la pensilina.
«Ti dispiace se mi siedo qui?» chiese la giovane volgendosi attorno come temesse chissà quale pericolo. «Così sono più tranquilla». Il berretto di lana le copriva la fronte e un piccolo strass al lobo scoperto dell’orecchio mandò un luccichio che precedette un vago sentore di mughetto. Il giubbotto similpelle era troppo grande per lei e la faceva sembrare ancora più minuta. Seppe che si chiamava Sonia, che abitava in un paese dell’entroterra e che stava studiando senza molto profitto. Le parole si perdevano distratte nel treno vuoto; finanche il capotreno si era dimenticato di passare e, se non fosse stato per il fatto che ogni tanto il convoglio si fermava ubbidiente in qualche abitato, si sarebbe detto che non vi era neppure il conducente. Dopo mezz’ora il regionale arrivò a Collefili. Ci fu silenzio tra loro, poi Sonia si alzò.
«Ti ho raccontato un mucchio di cose» disse voltandosi ancora attorno. «Ma non ti ho detto la cosa più importante: sono una tossica». Sembrava dispiaciuta, come di chi si fosse pentita di non essere stata sincera. La donna la squadrò con aria interrogativa: non capiva il punto. In quel mentre la ragazza tirò fuori dallo zainetto una siringa che subito puntò sotto il mento della donna; lei si ritrasse, irrigidendosi, e non si mosse neppure quando la giovane le sfilò dalle mani la borsa. Sonia scese in un soffio, poco prima che le porte si richiudessero dietro di lei. Mentre il treno ripartì, la donna e la ragazza si guardarono a lungo negli occhi, senza quasi respirare. Fino a quando la carrozza precipitò nel buio della galleria. 
vissuto altrove da briciolanellatte | 22:25 | commenti (10)

lunedì, 02 novembre 2009


Piccoli passi
 
oteva avere settant’anni, ma forse meno, difficile stabilirlo. I capelli radi erano appiccicati al cranio. Solo alcuni denti abitavano la bocca storta pendendo scuri dal palato. Il busto era eretto, ma rigido come fosse un tutt’uno con il bacino. Le gambe, nascoste da pantaloni lunghi e sformati, erano pesanti e legnose. Si guardava attorno, sbarrando gli occhi, con la mano in mezzo alla barba spessa. Poi, individuata la sua meta, cominciava ad avvicinarsi. I passi erano piccolissimi non più lunghi di dieci/quindici centimetri; e anche se cercava di spostarsi in fretta strascicava le suola con una lentezza esasperante sicché la persona verso cui si stava dirigendo, giusto per chiedere qualche moneta, prima o poi se ne andava. La vasta stazione a quell’ora era semivuota. Era passata da tempo l’ora dei pendolari e c’era rimasto solo qualche sparuto turista. Il vecchio però non si scoraggiava. Visto sfumare il suo ultimo obbiettivo, ne cercò subito uno nuovo; valutò i tempi e le possibilità e quindi ripartì di gran lena con i suoi passi corti. Ci provò diverse volte senza mai riuscire nell’intento. Una giovane ragazza stava per essere da lui raggiunta quando gli sgusciò all’ultimo secondo quasi a toccargli la mano tesa; poco distante un ragazzo appena sceso dal treno, se l’era portata via in in un turbinio di baci e abbracci. Rimase per un po’ fermo, in mezzo alla sala, per studiare meglio la situazione. Individuò un uomo un po’ più lontano, appoggiato al muro di fronte alla farmacia. Aveva l’aria di non aver fretta. Si diede lo slancio e ricominciò la traversata. Un passo dopo l’altro. Accelerò persino, per quanto possibile: lo stomaco era vuoto dalla sera precedente e doveva farsi dare qualche spicciolo per una birra. Camminò pieno di speranza procedendo diritto davanti a sé verso quell’uomo che ora si era messo a leggere il giornale e la cosa prometteva bene. Forse ce l’avrebbe fatta. Un passo ancora e poi un altro e poi un altro ancora. Mancavano pochi metri. Un sorriso storto cominciava ad apparire sul volto del barbone. Un metro solo, un metro soltanto. ‘Adesso se ne va…’ pensò lui, ‘…se ne vanno tutti a questo punto…’ Ma l’uomo con il giornale era ancora lì. Il barbone adesso gli era di fronte. Era così emozionato di essere riuscito nella sua impresa che quando l’uomo del giornale alzò lo sguardo per squadrarlo con aria interrogativa lui non seppe cosa dire. Il vecchio chiuse gli occhi come per ricordarsi.
«Ah sì» fece biascicando a far tremare i denti bruniti: «che ci avresti un euro per mangiare?»
L’uomo con il giornale si scostò dal muro e ripiegò il giornale con cura; guardò il barbone e disse:
«Favorisca i documenti, prego».
vissuto altrove da briciolanellatte | 08:37 | commenti (7)