mercoledì, 29 settembre 2004
Trashing
vevo in mano il sacchetto della spazzatura e guardavo il cassonetto davanti a me ridotto ad uno scheletrato. Perfino l’asfalto tutt’attorno era annerito dal fumo, mentre un vigoroso pino ad ombrello sembrava essersi spostato da un lato per sfuggire al gran calore.
«È la terza volta in questo mese che qualche buontempone si spinge fin quassù a incendiare la spazzatura» mi fece Nello arrivando lentamente alle mie spalle.
«Davvero…» gli risposi io come se stessi cercando una spiegazione. Il mio vicino mi stava sorridendo in quel suo solito modo sereno e tranquillo. Poi gli chiesi:
«Mi deve però spiegare dove la mette, lei, invece la sua spazzatura. Non l’ho mai vista buttarla.»
Nello guardò giù dalla strada verso valle, quasi aspettasse un’ispirazione dal curvone che porta all’Indicatore. La sua figura era ancora vigorosa, nonostante i suoi ottant’anni fossero stati più forti nel piegarla. Poi infilandosi una mano in tasca mormorò:
«Quello che non mangia il mio maiale Oscar lo butto nella compostiera.»
«Compostiera?»
«Sì, cartone, foglie, erba, bucce… e dopo un anno diventa humus fertile da usare nei campi.»
«E le bottiglie di plastica dell’acqua minerale?»
«Ho l’acqua del pozzo.»
«E le scatole di metallo, che so?, dei pomodori pelati per fare il sugo?»
«Ho i pomodori dell’orto.»
«E le buste della spesa dell’Iper?»
«Perché c’è un Iper?»
Mi arresi:
«Insomma ricicla tutto…»
«Certo, come fa lei del resto, non è così?»
Io con uno breve scatto nascosi il mio sacchetto della spazzatura dietro di me:
«Sicuro.»
«Salute!» fece lui alzando quindi un mano e dirigendosi verso casa. «Salute.»
lunedì, 27 settembre 2004
Il BlogBook
llora… sei tornato dalle vacanze?»
«Oh ciao Browser, che piacere sentirti…»
«Ti sei fatto due mesi di vacanza, è scandaloso! Non ti vergogni?»
«Guarda che il periodo di vacanza me lo sono preso dal blog, mica dal lavoro. Per farmi due mesi di ferie dovrei fare il pittore o il parlamentare.»
«Sì, sì scherza tu… e cos’è questa novità di un tuo bukbok, blakbuk… insomma di quella roba lì che ho sentito dire in giro e che ti riguarda?»
«Si chiama BlogBook.»
«Quello che è…»
«Caspita però come corrono le voci!»
«Il web, in fondo, è grande quanto un cortile…»
«Se lo dici tu... comunque il BlogBook è un print on demand, una simpatica iniziativa di Jumper che stampa, a richiesta, trenta dei miei migliori post, pubblicati su Briciolanellatte Weblog, raccolti sotto forma di un piccolo libro cartaceo. Il libro si intitola ‘I racconti di Poggiobrusco’.»
«Ma davvero?»
«Sì, e lo puoi anche trovare a questo indirizzo, se ti andasse di darci un’occhiata...»
«Non è che sono obbligato ad ordinarne una copia, vero?»
«Figurati! Assolutamente no.»
«Meno male.»
«Ascolta, Browser... dal momento che ti sento... quando pensavi di finire di pagarmi la macchina che ti ho venduto un anno e mezzo fa?» «A quale indirizzo hai detto che posso trovare il tuo BlogBook? Vorrei ordinarne un po’ di copie giusto per fare qualche regalo agli amici…»
venerdì, 24 settembre 2004
Le due rose
o sentito che lei va all’Hotel Quattro Fontane» mi disse una persona anziana trattenendo la portiera del mio taxi. «Io sono di strada. Se per cortesia potessimo dividerlo, così torno a casa: è stata per me una giornata molto faticosa.»
«Ma certo…» feci io senza esitazione «salga pure.»
L’uomo ringraziò sedendosi accanto a me. Non aveva bagaglio, ma solo due rose rosse dal gambo non più lungo di venti centimetri.
«Lei viene qui per lavoro?» mi domandò con tono pacato, lo sguardo profondamente sereno, come di chi è riuscito a conoscere almeno uno dei segreti della vita.
«Sì, e lei?»
«Ci sono nato.»
Il taxi sfrecciava tra le vie illuminate. La gente a quell’ora usciva dai locali notturni, fermandosi a chiacchierare in strada perché la notte era dolce e non veniva affatto in mente che fosse autunno.
«Vede» mi mormorò indicando un bar dall’insegna malconcia «lì tanti anni fa ho conosciuto mia moglie. Una donna bellissima, una russa, ho passato dei momenti bellissimi con lei. E laggiù, sul ponte, ci siamo giurati eterno amore.»
Anche se ero stanco, non me la sentivo di fingere interessamento, per cui gli mostrai un sorriso sincero che andò tuttavia perso nella semioscurità della macchina.
«Poi lei decise un giorno di tornarsene in Russia. 'Nostalgia', diceva, ma credo piuttosto che non sopportasse più il mio caratteraccio. Ma l’ho rivista oggi, alla cerimonia: è sempre una donna stupenda, nonostante il tempo trascorso.» L’uomo guardava fuori mentre si rigirava tra le mani le due rosse come fossero state due carte da mischiare. «Così, anni fa, sono rimasto solo con mia figlia. In un attimo è diventata una donna: altera, piena di orgoglio e fascino, come sua madre. Il giorno prima era una bambina e il giorno dopo aveva già il fidanzato. ‘Mi sposo’ mi ha detto appena qualche mese fa e io avevo le lacrime agli occhi perché l’ho vista davvero felice come non pensavo potesse essere mai.» L’uomo, d’un tratto, fece accostare il taxi, dicendo che era arrivato: scese e, prima di chiudere la portiera dietro di sé, mi chiese con garbo:
«Quando le devo?»
«Assolutamente niente. È stato un piacere conoscerla. Davvero.»
Lui sembrava imbarazzato, lì, in piedi su quel marciapiede grigio innaffiato dalla luce spiovente del lampione.
«Tenga» fece lui sporgendosi «questo fiore è di mia figlia.»
«Si è poi sposata, allora?» «No, è morta ieri. Oggi c’è stato il funerale. È una rosa della sua corona. Sono sicuro che lei avrebbe voluto che gliela dessi.»
mercoledì, 22 settembre 2004
Il finale
se per una volta scrivessi un breve racconto senza un finale che si risolva nell’ultima frase? Così, per fare qualcosa di diverso, di inaspettato, di meno scontato.
Ma no, ma no, finirei per deludere le aspettative del lettore che leggerebbe rapidamente queste poche righe aspettando la svolta finale che capovolga il senso dell’intero post senza poi trovarla. Finirebbe per ripassare più volte con gli occhi le parole di chiusura incredulo di non rintracciare nulla di tal genere e si domanderebbe se non stia visitando un altro blog.
Tuttavia, a ragionarci su, una tale omissione potrebbe costituire un elemento di novità, di frattura con la solita routine creativa, una sorta di innovazione stilistica. Vivaddio! Vogliamo adagiarci su cliché triti e ritriti che sanno quasi di stantio?
Certo che se potessi rifletterci sopra con più comodità sarebbe meglio.
È difficile pensare quando si ha il portatile chiuso sottobraccio dovendosi poi anche tenere ad uno spuntone di roccia a penzoloni sullo strapiombo’. (Ecco, lo sapevo, l’ho fatto un’altra volta!)
lunedì, 20 settembre 2004
Mancate risposte
erché questo silenzio? Non pensi che sarebbe ora che tu mi dessi una spiegazione? Non posso più andare avanti così. Non ce la faccio. Non puoi certo sostenere che io non abbia fatto la mia parte, che io non mi sia impegnato abbastanza. Non c’è stato un solo momento in cui tu possa dire che io l’abbia presa sottogamba… beh sì, forse un po’ all’inizio, quando non ci conoscevamo bene, sai com’è, ero ancora giovane, un po’ superficiale, non avevo capito quanto tu fossi preziosa per me, ma poi, lo devi ammettere, mi sono subito ripreso. Ci sono state tante difficoltà e imprevisti e avversità eppure eccomi qui… non ti ho mai abbandonato, anche se, a dire il vero, qualche volta l’idea mi è venuta. Invece sono rimasto al mio posto, ho migliorato quelli che erano gli aspetti più ruvidi del mio carattere, sono diventato più socievole, più tollerante, più sensibile e attento alle tue esigenze… mi sono preso cura di te con dedizione pressoché assoluta e tu cosa hai fatto per me? Dimmelo! Dopo tanti anni… è così che mi ripaghi? Con questo ostinato silenzio? Non mantenendo le promesse che mi avevi fatto?’ Ma la Vita continuò a non rispondergli.
venerdì, 17 settembre 2004
Il corso di informatica
l guaio di questi corsi, che trovo peraltro molto interessanti, è che mi sembra non tengano conto dei diversi gradi di preparazione dei partecipanti» le obbiettai senza essere animato da alcuna vis polemica.
La signorina alzò il mento, come per volermi inquadrare, quindi si appoggiò all’indietro sulla sua scrivania incrociando combattivamente le braccia. Mi disse, in modo irritante, che non ero sufficientemente informato e che le ultime statistiche sull’utenza media parlavano chiaro. Oramai l’Italia aveva fatto passi da giganti nell’apprendimento delle tecniche informatiche e lo sprovveduto neofita era una figura ormai in via di estinzione. Cercai di farle comprendere che io conoscevo bene i miei colleghi e lei no, ma a quel punto si mise a consultare dei fogli che aveva in mano, come per comunicarmi che il mio colloquio con lei era terminato.
Quando l’aula fu piena, la signorina iniziò con entusiasmo la sua lezione, sfoderando una bella parlantina ed una professionale proprietà di linguaggio: era decisamente brava. Quindi, circa un’oretta dopo, ci esortò:
«Bene, ora inserite il CD del kit accessories e procediamo ad una esemplificazione pratica.»
Poi vedendo che la stragrande maggioranza dell’uditorio non si muoveva, ripeté: «prendete il CD.»
Un tizio dietro a me ruppe gli indugi e fece:
«Quale CD scusi?»
«Quello che avete lì sul tavolino.»
«Ah… questo robetto qui? Li fan così piccoli?»
Un altro signore alla mia destra incalzò:
«Scusi ma cos’è un chitassessoris?»
E un altro davanti:
«Dov’è che ha detto che devo inserirlo il ciddì? Non vedo buchi in questo schermo…»
La signorina impallidì non sapendo a chi rispondere per primo.
Poi una signora piuttosto attempata, grattandosi la fronte, diede l’affondo finale: «Ma per inserire il ciddì devo accendere il computer?»
mercoledì, 15 settembre 2004
Ladri di sabbia
vevo appena finito di parlare al cellulare. Qualcuno, sbagliando, mi aveva prenotato un tavolo per sei persone alle 21, possibilmente nella saletta con il camino, che ‘anche se è spento va bene lo stesso’. Ero riuscito finalmente, non senza difficoltà, a far capire che non gestivo un ristorante, quando un signore con la canottiera arrotolata sopra all’ombelico, reso prominente da una pancia a forma di anguria, mi apostrofò:
«Sono ladri, tutti degli schifosissimi ladri.»
«Prego?» gli feci io mettendo via il cellulare.
«Lei telefona e loro la derubano… cosa crede che costi far passare la sua voce in quei brutti cavi che deturpano le campagne? Poco, pochissimo. Il resto glielo portano via loro alla sua faccia.»
Il tizio era sulla settantina, con la faccia rotonda e la bocca larga e umidiccia, la barba di due/tre giorni. Teneva al guinzaglio un cane similbracco, mentre con l’altra mano sorreggeva il manico di un secchio da cui fuoriusciva una paletta-giocattolo per bambini.
«E quelli che se ne stanno a Roma? Ne vogliamo parlare?» fece ancora l’uomo arricciando il naso bitorzoluto. «Tutti ladri anche loro. Lei lavora, fatica per campare e loro le succhiano il sangue con tasse da capogiro, magari solo per far viaggiare il taldeitali in macchina blu. Poi ti assestano un bel calcio nel sedere rifilandoti una misera pensione da fame.»
Mi guardò in silenzio come se si aspettasse una qualche reazione da me; poi, vedendomi impassibile, si allontanò imprecando. Si diresse verso il cantiere edile poco distante, lasciato aperto da una qualche impresa, che stava evidentemente eseguendo lavori di manutenzione al palazzo di fronte. L’uomo si chinò con fatica, anche per via del cane che gli scodinzolava a destra e a sinistra intralciandolo nelle operazioni. Con rapide e ben assestate palettate riempì fino all'orlo il secchio con la sabbia, che era stata accumulata da qualche manovale vicino alla betoniera; si rialzò quindi barcollante e, prima di girare l’angolo e sparire alla mia vista, disse ancora ad alta voce: «Ladri! Ladri! Sono dei maledetti ladri… tutti uguali, tutti uguali.»
lunedì, 13 settembre 2004
Un bar alternativo
i ero fatto convincere da Tonio, a prendere un supercaffè da ‘Ombra de Palma’ il nuovo bar alternativo di Lughi. O meglio, come dice Wayne, il barman nato e cresciuto a La Vegas, proprietario di quell'esercizio, una ‘Spremuta d'arabica’.
«Un Mustang macchiato» disse un signore appoggiandosi al banco. Io lo guardai incuriosito. Il barman, senza scomporsi ,tirò fuori dal frigo una bottiglietta color viola, ad ampolla, che versò con trascurata eleganza in un bicchiere svasato dove poi spruzzò un liquido rosa che subito si diffuse al resto del liquido. Il cliente appariva soddisfatto nel sorseggiarlo, tanto da assaporare la bevanda come fosse stato armagnac di dodici anni.
«Un Nuvola nera» fece un altro, sulla trentina, che giocava a rimbalzarsi le chiavi della macchina da una mano all’altra.
Il barman, questa volta,versò da una bustina dorata una polvere rossastra che, a contatto con un liquido azzurrino versato da una bottiglietta con il beccuccio a pappagallo, prese una consistenza pastosa e densa. Un gnocchetto di panna, fatto abilmente scivolare nel bicchiere, prima prese a galleggiare sulla superficie della bevanda e poi ad affondare in uno sbuffo di fumo colorato.
«Andiamo via di qui» mormorai a Tonio, tirandolo per una manica «mi sa che al nostro barman piace giocare al piccolo chimico.»
«Ma dai, non fare il noioso… questo non è il solito caffè dell’altro giorno, ma una sferzata d'oriente…»
Stavo per replicare quando arrivarono i nostri due caffè. Ma anziché essere serviti nella solita classica tazzina, erano stati messi in un calice lungo che avrei visto meglio ospitare una rosa baccarat. Scrutai sgomento Tonio, che invece aveva già cominciato a bere, come se quello fosse stato un recipiente normale. «Pensa che questi bicchieri vengono appositamente dall’Arizona e sono cavi nel manico fino al basamento» mi rivelò il mio amico con malcelata soddisfazione. «In altre parole, si viene a creare, naturalmente, per il principio dei vasi comunicanti, una sorta di corrente interna al bicchiere che mette in movimento il caffè rimescolandolo di continuo ed esaltandone l’aroma.»
«Sarà pure come dici tu, ma è il mio è diventato subito freddo.»
«Sei il solito pignolo» mi fece lui con una smorfia di disapprovazione.
Mi sentii mortificato. E nel lasciare controvoglia sul fondo del bicchiere lo zucchero di canna, che non ero riuscito ovviamente a girare e che non sarei mai stato in grado di recuperare, mi chiesi come sarebbe mai stato quel Comanche liscio che un cartello rosso e blu sopra il banco reclamizzava come il digestivo del nuovo millennio.
venerdì, 10 settembre 2004
Incomunicabilità
ronto? Ciao caro.»
«Te l’ho già detto mille volte di non telefonarmi in ufficio che ho da fare!»
«Hai ragione caro, scusami, scusami tanto…»
«Ma che scusa e scusa, cosa vuoi?»
«Non gridare tesoro, ti sento benissimo…»
«Non sto urlando. Parla e falla finita!»
«Va bene, ascolta… volevo solo sapere se stasera ti avrebbe fatto piacere mangiare del vitello tonnato, so che ti piace tanto… ho della carne in frigo, oltretutto, da far andare…»
«Cosa vuoi che me ne freghi? Bašhnotny ji zūtt e poi non ho fame…»
«Non ho afferrato bene cosa hai detto, caro… ci deve essere un’interferenza sulla linea.»
«Ho detto che prepara pure quello che ti pare che tanto non ho fame, nietban drigoj öbra!»
«Che lingua ti sei messo a parlare adesso? Non ti capisco.»
«Come non mi båbutk ğorismòtџaшa? Parlo italiano… mi prendi in giro? Lo vedi che ti sei rimbambita a forza di guardare in tv fejūtt kulaŝhniħo mǿmo tяeéšcaje?»
«Ma cosa stai dicendo? Lo fai apposta a parlare così?»
«Senti! Mi ha già fatto dervijū drimotmoj tempo, drå vremettūшa kunŝt driǿtz ne posso più: io passo tutto il burūш fяabìttima sdrobislay sevàpciza e non ho nessuna пinyatžu dikàjiova lēderska dimòdǿjia tzàmtžeia che blateri!»
«O mamma… caro… ma non stai bene? Cosa ti è successo? Mi fai paura… smettila.»
«Kiusџòtckcїca jēder drağuџovitc døbo davétnjizå ibrǿshiшa babaŝhgöta!!!» «Pronto?!? Pronto?!? Caro? Sei ancora lì? Sei ancora lì?»
mercoledì, 08 settembre 2004
Un taxi al volo
e probabilità di incontrare una persona in una città di una certa dimensione sono abbastanza basse, soprattutto se la città non è abitata da entrambi. Se poi questa città è pure situata in una parte remota del globo, la coincidenza finisce per farti riflettere, anche perché l’uomo in questione ce l’ha a morte con me. A sentir lui, gli avrei fatto chissà quale torto per motivazioni risibili: gli avrei, in buona sostanza, preferito, sul lavoro, un’altra persona solo perché sarei stato spinto da simpatie politiche. Non c’è stato modo di potermi chiarire con lui, nonostante i reiterati tentativi, avendo questo signore sempre rifiutato di darmi l’opportunità di farlo; ci tenevo a spiegargli, quanto meno per la stima sincera che gli porto, che, anche se può apparire eccentrico, non è mio costume farmi influenzare da qualsivoglia idea politica, anche perché ancora non mi è chiara, alla mia non più verde età, quale essa sia realmente; né ho mai saputo quale potesse essere la sua, che, lo confesso, non ha mai neppure solleticato il mio interesse. E principalmente volevo fargli sapere che la sua pratica era solo transitata nel mio ufficio e che, prima ancora di toccare la mia scrivania, era stata riassegnata ad un altro perché ero in ferie. Dunque…
Così mi dispiacque molto vederlo lì, in piedi, a pochi metri da me, all’uscita di quello stesso sperduto albergo alla periferia di quel posto. Alla mia vista sobbalzò come se gli fosse caduto qualcosa su un piede e dalla faccia capii subito che gli avevo rovinato la giornata se non l’intera vacanza. Mi voltò infatti immediatamente le spalle, senza salutarmi e, dopo pochi attimi, iniziò pure a starnutire in un attacco violento, forse, di allergia. Per fortuna arrivò subito un taxi, che presi al volo liberandomi da quell’imbarazzo. L’autista mi portò solerte dall’altra parte della città, anche se ci mise parecchi giri di tassametro per farlo, complice un traffico intenso.
«Con questo festival in città sembrano tutti impazziti» mi fece il guidatore, mezzo indio, in un italiano stentato. Mi apprestai a pagarlo, con un piede nervoso già fuori dalla macchina. «Mi dispiace averla fatta aspettare, dott. Cappabianca» continuò «ma è stato fortunato a trovarmi. Nonostante lei abbia prenotato per tempo, ero l’ultimo a disposizione per quest’oggi.»
A quelle parole mi sentii mancare e balbettai:
«Ma io non sono il dott. Cappabianca… ha sbagliato persona, il dott. Cappabianca era quello, davanti all’hotel, vicino a me, che starnutiva.»
«Davvero?» disse lui alzando le sopracciglia cespugliose. «Allora lei è doppiamente fortunato.»
lunedì, 06 settembre 2004
In cammino
l cammino glielo rifaccio io: vedrà che poi tira che è una meraviglia.»
Pino, il muratore, mi guardava in piedi, con furbesca esperienza, in perenne competizione nervosa con il tempo tiranno. Stava parlando con me, ma stava sicuramente già pensando a qualche altro lavoro che, altrove, avrebbe dovuto iniziare o completare.
«Il suo cammino è tutto rovesciato» insisteva lui facendo ballare l’occhio color del mogano «là dove è largo va ristretto e là dove è stretto va allargato, poi ci si mette una doppia cappa, il commignolo ai quattro venti e pshhhhiuuu… il fumo va tutto fuori.» Queste rapide parole furono sottolineate dal gesto della mano tenuta di traverso mentre l’altra ci passava sotto.
Effettivamente, dopo aver sventrato mezzo muro, il camino era lì, a far bella mostra di sé. Non c’era più traccia di stagnazione di fumo, la fiamma si alzava orgogliosa tra gli alari senza consumare una esagerazione di legna e c’era un dolcissimo tepore tutto attorno nonostante non fosse il periodo. Insomma: era stato raggiunto il sapiente equilibrio dei costruttori contadini in barba all’ingegneria e alla termodinamica applicata.
Poi un pomeriggio incontrai Pino appena fuori dal cancello di casa. Aveva la ritrosia delle persone semplici, per cui solo su mia esplicita richiesta, finì con il mostrarmi il conto che aveva da qualche giorno in tasca, preparato sul retro dello scontrino del supermercato.
«Qui c’è scritto ‘mano d’opera per un cammino’…» feci io con tono neutro peccando di superbia «lei è sicuro che ‘camino’ si scriva con due ‘m’, Pino?».
«Certo. Lo dice la parola stessa: il fumo della legna va su per la cappa, s’incammina per il cammino e, pshhhhiuuu, se ne esce dal commignolo ai quattro venti» e ripeté il gesto per farsi meglio capire e che già conoscevo.
«Ah già…» feci io già pentito di aver toccato quell’argomento «mi confondo sempre con cammello che ha un ‘m’ sola.»
«Eh sì!» fece lui convinto «perché il camello ha una gobba sola» alzando un dito, ricordo di un gesto forse della sua maestra.
«Ma quello non è il dromedario?» «No, il drommedario ne ha due.»
venerdì, 03 settembre 2004
Il parere del medico
tavo arrabattandomi su che sugo di pomodoro in barattolo sarebbe stato meglio comprare (sembra che negli ipermercati lo facciano apposta, con tutta quella varietà di preparati, a metterti in difficoltà) quando vedo che un uomo sulla sessantina, giaccaincravattato di tutto punto, aria professorale e di sussiego, si avvicina ad una coppia che faceva la spesa. Accanto a loro c’era un bambino, sui quattordici anni di età, che spingeva una carrozzina, di quelle ultramoderne, con un neonato a bordo.
«Questa carrozzina non va» esordì il tipo facendo un leggero inchino all’indirizzo della signora. «Lo schienale non è ergonomico ed è troppo spostato all’indietro, in caso di rigurgito, il piccolo potrebbe soffocare… glielo dico a ragion veduta, sono infatti il prof. Mario De Mari, primario del reparto di Chirurgia pediatrica di Capaglossa… Inoltre la medesima carrozzina non ha sufficiente protezione nella parte laterofrontale: il neonato potrebbe scivolare di sbieco e farsi molto male.» Il fatto che l’uomo, casualmente, calzasse un guanto di plastica, di quelli che si usano per scegliere la verdura e pesarla, gli conferiva ancor più, sottolineandola, quell’aria da chirurgo appena uscito dalla sala operatoria che si era attribuita.
La donna sorrideva gentilmente standosene in silenzio.
«Le mamme giovani e sane come lei devono essere sensibilizzate» continuava l’incravattato, imperterrito. «La prevenzione, nelle morti neonatali, è fondamentale.» E, così dicendo, il medico fece una risatina di compiacimento alla coppia, cercando consenso anche nella mia direzione; al che io finsi un improvviso e irrefrenabile interesse per una passata rustica a pezzettoni. L’uomo eseguì poi un ultimo leggero inchino a tutti e se ne andò via soddisfatto trascinando il proprio carrello della spesa.
La donna a quel punto si girò verso il marito e disse:
«What’s happens?» «I don’t know, darling» rispose l’altro alzando le spalle.
mercoledì, 01 settembre 2004
Passerottino mio

Avevo deciso di bermi un caffè al nuovo locale della piazzetta di Lughi, il Bar ‘Ombra de Palma’, sperando che Oreste, dal Bar del Cinghiale poco distante, non se ne accorgesse. L’aroma del caffè, in quest’altro posto, effettivamente, era più intenso e gradevole e soprattutto, come dicono gli intenditori, più ‘tondo’, anche se non ho mai capito bene cosa questa espressione esattamente significhi.
Al bancone c’era una donna, sulla cinquantina, capelli méchati, corti, con un viso sorridente che sprizzava energia e vitalità. Per la padronanza con cui si muoveva tra bicchieri e bottiglie la reputai la moglie del barman, anche se francamente non ce li vedevo insieme. Comunque fosse, la signora, con sincronica precisione, mentre con una mano mi preparava il caffè con l’altra calibrava una bevanda pittoresca, piena di colori e bollicine, per un tizio che mi era accanto. E mi aveva appena posato davanti la tazzina fumante e profumata, quando, guardando da sopra la mia testa, scoppiettò con un:
«Passerottino mio, tesoro della mamma, come stai?»
Mi voltai, sicuro di vedere un bambino. Invece era un omone di un metro e novanta, con spalle larghe e muscolose, a stento trattenute in una camicia di flanella a scacchi, gonfia come un aerostato. Fece un cenno del capo, a mo’ di saluto, senza scomporre il viso largo e giovanile, del tutto indifferente a quella calorosa accoglienza. L’uomo, mentre passava in rassegna la ricca varietà di pasticcini, pizzette e bignè, che occhieggiavano promettenti dalla vetrina del banco, si dondolava un poco sulle gambe, prima sull’una e poi sull’altra, come se avesse avuto urgenza di andare in bagno. In quell’ondeggiare, il pavimento rimandava a raggiera onde sussultorie.
«Allora, cosa ti do, Passerottino? E’ tutto freschissimo» fece la donna gentile afferrando la pinza per i dolci. L’omone sbuffò alcune volte, come se si stesse preparando a rovesciare con una spallata il bancone. Poi prese un grosso respiro e disse:
«Nabrioscia.»
La parola fu sussurrata in falsetto con un effetto esilarante perché sembrava che quella montagna d’uomo avesse davvero cinguettato. La barman agganciò ubbidiente la brioche e l’allungò all’omone senza smettere di sorridere affabile. Il Passerottino artigliò il pezzo per poi spingerselo tutto intero in bocca facendolo sembrare un confetto: al primo abbassarsi delle possenti mascelle, la marmellata di albicocche, gemendo, fuoriuscì dagli angoli della sua bocca. Poi ingoiata ogni cosa, senza prendere neppure un caffè, l’omone si presentò alla cassa con il portafoglio in mano.
«Nabrioscia.» Cinguettò ancora, pronto a pagare.
«Oggi offre la casa» rispose raggiante la donna. L’omone si voltò senza neppure dire una parola, dirigendosi, beccheggiando, verso l’uscita. Una persona anziana, seduta ad un tavolino vicino alla porta, vedendolo passare, gli chiese:
«Già fatto colazione, Carmelo? Cosa hai mangiato?»
L’omone voltò il faccione inespressivo e lo sguardo acqueo. Ci pensò un po’ su e quindi rispose:
«Nabrioscia.»
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